Nel capolavoro di Van Eyck la donna è uno spettro: ecco l’ipotesi del medico amico di Daniel Pennac
Nel quadro appeso alla parete della stanza numero 56 della National Gallery di Londra ci sono un uomo, una donna e un mistero. "I coniugi Arnolfini" di Jan Van Eyck nascondono uno degli enigmi meglio custoditi dalla storia dell'arte. Hanno alimentato più di un secolo e mezzo di teorie da far impallidire Dan Brown. Fino all'ultima: "In quella scena è rappresentata l'apparizione di un fantasma", sostiene il medico francese Jean-Philippe Postel, nel saggio "Il mistero Arnolfini", pubblicato ora da Skira. Ma procediamo con ordine, mettendo insieme gli indizi. Tutto comincia probabilmente a Bruges, la città di residenza del pittore che sulla tavola lascia scritto in bella evidenza, in latino: "Johannes de Eyck fuit hic 1434". Datando e testimoniando di "essere stato lì", in quell'interno domestico "vero", accuratamente raccontato dai colori a olio che, come tramandato dalla leggenda e ricordato da Vasari nelle Vite (1550), lui stesso - l'alchimista Van Eyck - inventò.
Questi fantasmi nella casa degli Arnolfini 
Da Bruges l'opera passa nelle mani di don Diego de Guevara, mayordomo mayor dell'imperatore Carlo V. Nell'inventario (15 luglio 1516) della raccolta di Margherita d'Austria, a cui viene donato, il dipinto, custodito nel castello di Malines, nelle Fiandre, è descritto come "un grande quadro che chiamano Hernoul- le- Fin con la moglie dentro una camera da letto". In più, risulta coperto alla vista da due sportelli: "è necessario metterci una serratura per chiuderlo" del tutto, "secondo quanto ha ordinato Madame", la proprietaria. Gli sportelli sono andati ormai perduti. Ma perché, in pieno Cinquecento, Gli Arnolfini - ritratto di una coppia della borghesia borgognona - dovevano essere nascosti alla vista come fossero una pala per la devozione privata e per di più messi sotto chiave?
Questi fantasmi nella casa degli Arnolfini 
Da Margherita il quadro passa alla nipote Maria d'Ungheria, sorella di Carlo V, che lo tiene a Cigales, in Castiglia. Poi a Filippo II, re di Spagna, Paese in cui resta almeno fino al 1789 - quando è citato nella raccolta di Carlo III - e dove, nel 1734, scampa prodigiosamente all'incendio dell'Alcázar di Madrid assieme a un altro capolavoro cruciale: il seicentesco Las Meninas di Velázquez, che molto deve all'idea di Van Eyck. Entrambe le scene presentano sul fondo uno specchio in cui, secondo l'illusione pittorica, si riflette chi è al di qua del quadro. L'olio su tavola "ricompare" a Bruxelles nel 1815, a casa di James Hay, ufficiale inglese ferito nella battaglia di Waterloo. Da qui il trasferimento a Londra e alla National Gallery, che lo espone dal marzo 1843, quando inizia il gioco delle interpretazioni del soggetto. La prima ipotesi è che si tratti semplicemente del pittore e di sua moglie: la accoglie anche John Ruskin, teorico del movimento dei preraffaelliti. Sono poi gli storici dell'arte Joseph Archer Crowe e Giovanni Battista Cavalcaselle, nel 1857, a legare il dipinto agli Arnolfini: traslitterando così il nome Hernoul- le- Fin con cui viene indicato nei vecchi inventari. Per 150 anni quasi tutta la storiografia, senza alcuna prova, sostiene che si tratti del mercante Giovanni di Arrigo Arnolfini, originario di Lucca ma documentato a Bruges, e della moglie, Giovanna Cenami. In un articolo apparso su The Burlington Magazine, nel 1934, Erwin Panofsky ipotizza che l'opera sia una sorta di certificato del rito che unisce l'uomo e la donna, con Van Eyck come testimone oculare.
Questi fantasmi nella casa degli Arnolfini
A smentire tutto questo è, nel 1994, il ritrovamento casuale da parte dello studioso francese di storia navale Jacques Paviot, di un libro di conti del Duca di Borgogna che registra le due pentole d'argento regalate agli Arnolfini per il loro matrimonio celebrato nel 1447: tredici anni dopo la data riportata sul dipinto e sei dopo la morte del pittore (luglio 1441). Si riparte daccapo, scavando ancora nell'albero genealogico degli Arnolfini: l'identità che fa più al caso è quella di Giovanni di Nicolao, imparentato con i Medici. Ma sua moglie, Costanza Trenta, nel febbraio 1433 - un anno prima della realizzazione della tavola - risulta già morta. E infatti nell'opera "tutto testimonia che la donna sia morta di parto", sostiene la studiosa Margaret Koster. A cominciare da quella candela spenta e consumata che compare sul candelabro in alto dal lato della signora. Qui entra in scena Jean-Philippe Postel, che ha scritto Il mistero Arnolfini: è un medico con la passione per l'arte, amico di Daniel Pennac, che scrive la prefazione e lo ha citato in Malaussène. Visita più volte la National Gallery con in tasca una lente di ingrandimento. Le sue osservazioni si concentrano su quanto appare nello specchio convesso dipinto alle spalle della coppia. Nella scena, l'uomo, che sembra colto in un atto di giuramento, tiene con la sinistra la mano destra di lei. Ma lo specchio in cui compaiono, oltre ai protagonisti, altri due personaggi che li guardano - uno vestito di rosso, l'altro di azzurro - non registra nulla di tutto questo. Nel riflesso, nonostante quanto ci si aspetterebbe dalla precisione della pittura fiamminga, le mani sono sparite. "Dove dovrebbe esserci la mano di lui - spiega Postel - c'è una macchia nera, densa, arrotondata, che taglia in due la figura del visitatore in rosso, nasconde in parte l'abito del personaggio in azzurro e sembra dare origine a un lungo tortiglione".
Che cos'è? Ancora una volta il caso interviene nella ricerca. Mentre è alle prese con Gli Arnolfini, Postel acquista un testo del 1822: Infernaliana di Charles Nodier, che raccoglie una serie di aneddoti fantastici. Uno di questi descrive la visita di un revenant: un marito dall'oltretomba compare alla moglie, chiedendole di far celebrare messe per la salvezza della sua anima. La obbliga a giurare e a dargli la mano: lei la ritira "arsiccia e nera". Leggende come questa con le anime del purgatorio che vagano consumate dal fuoco percorrono a ritroso la letteratura europea fino al Medioevo. Per Postel, attraverso il misterioso fumo nero che si vede nello specchio, Van Eyck ha voluto rappresentare proprio l'apparizione di una donna revenante al suo sposo. "Che io creda o meno negli spettri non ha importanza - dice Postel - Lavorando come medico nei suburbi settentrionali di Parigi, ho capito che se volevo davvero essere di aiuto ai miei pazienti avrei dovuto entrare in empatia con la loro cultura. È la stessa cosa che ho fatto con il dipinto di Van Eyck. Ho solo cercato di capire in cosa credesse la gente all'inizio del XV secolo. E sì, credeva negli spettri, nel Purgatorio e nei suffragi. Penso che Gli Arnolfini nascondano la rappresentazione di queste credenze ".
Se la donna fantasma che brucia la mano sinistra del suo sposo sia la prima moglie di Arnolfini o di Van Eyck - come Postel preferisce credere - poco importa. Non ci sono prove. Ma un altro dipinto di Van Eyck aggiunge un ulteriore tassello al puzzle. È un Ritratto realizzato intorno al 1438 e conservato alla Gemäldegalerie di Berlino. L'uomo raffigurato - nel taglio degli occhi, le sopracciglia sottili, il naso e la bocca - è identico a quello degli Arnolfini: ha solo qualche anno in più e la mano sinistra nascosta dietro al braccio destro. Che sia reduce da una scottatura?
di DARIO PAPPALARDO
FONTE: http://www.repubblica.it/cultura/2017/03/21/news/questi_fantasmi_nella_casa_degli_arnolfini-161031966/