Tra le pendici sognatrici del Gran Sasso, nascosto tra i sentieri nebbiosi e mistici della morbidezza abruzzese, perduto tra i cunicoli del mistero marino, quasi mimetizzato tra i luoghi d’Abruzzo, si nasconde armoniosa e precisissima la figura fotografica di Giovanni Lattanzi.

Teramano, professione fotografo, i suoi occhi sono sempre volti all’Universo. Che sia esso fatto di aspri promontori montuosi, melodiose colline, plastiche linee marine, lui fotografa attimi, sguardi, emozioni, anime. Ogni persona ha un’anima, così come ogni cosa, oggetto, luogo… Sta alla nostra sensibilità percepire il respiro di Dio in un paesaggio, la passata presenza degli uomini che hanno creato e vissuto un castello, un palazzo o una povera capanna; udire, in una notte medievale, il brusio dei fedeli intenti alla preghiera in una chiesa romanica o rivivere le emozioni di chi cesellò un gioiello e della dama che lo indossò. Se per natura si percepisce tutto ciò, allora diventa una necessità il cercare di trasferire queste sensazioni nella fotografia. È l’unico modo ad avere senso per dare un senso alle proprie emozioni, alle proprie visioni. Le opere di Giovanni Lattanzi guardate con l’occhio destro, sono immagini fatte di tecnica, esperienza, resistenza, pazienza e sforzo. Con l’occhio sinistro, sono piccoli gioielli celesti, sguardi esistenziali, piccoli passi verso il bisogno umano. Esistono persone che sbirciano la vita da un angoletto evolutivo dove la coscienza dell’uomo ordinario deve ancora arrivare: l’umanità ha necessariamente bisogno di questi esseri in anticipo che ci offrono la fragranza delle loro anime, ricordano all’uomo ciò che l’uomo già sa, ma non è abituato a coltivare quindi disconosce. Come si conviene in qualsiasi articolo di rispetto, avevo pensato di fare qualche domanda a Giovanni, ma ho infine preferito dare parola alle sue impressioni in maniera fluida, sciolta, come un leggero flusso di coscienza che spalanca le porte dei cuori di tutti. Per questo si seguito, un piccolo testo che ci trasporta direttamente nel suo mondo:
”?Iniziai a fotografare nel 1991 per caso, anzi, direi per dovere. Come ufficio stampa di un ente governativo che si occupava di archeologia avevo storie fantastiche da proporre alle riviste, ma nessuna le voleva perch?é? non esistevano “belle foto”. All’epoca l’archeologia produceva solo orride foto bianco/nero da cantiere, stampate su carta. Loro volevano diapositive, colorate, studiate, “come National Geographic” dicevano. Non avevo scelta. Comprai la macchinetta e andai a fare pratica come assistente (all’epoca era l’assistente era uno “sguattero”) di un fotografo pubblicitario; imparai e applicai quelle regole all’archeologia. E inizia. Lasciai l’ente governativo e passai alle riviste, poi alle case editrici. E iniziai a girare l’Italia, poi il Medio Oriente, poi l’Europa. Ma ero uno che “documentava”, certamente al meglio possibile, ma documentava e basta. Raccontavo fotograficamente le cose del passato – monumenti, statue, reperti, scavi – cercando di renderli più belli possibile in foto, come fossero una modella o un prodotto da vendere. Nel 2010, dopo 18 anni mollai tutto: mi ero stancato di essere sempre meno e sempre peggio dagli “editori italiani”, in maggioranza una banda di avidi sfruttatori; di sottostare alle crescenti pretese di una burocrazia dei beni culturali italiani che definire folle è poco, e ai capricci di molti dei suoi funzionari. Mi dedicai ad altro. Per due anni mollai la fotografia. Poi la ripresi, ma stavolta in modo del tutto diverso. Senza committenza, senza padrone. Non più fare quello che ti dicono, dove ti dicono, quando ti dicono e come ti dicono… ma quello che vuoi, dove vuoi, quando vuoi e come vuoi. Un discreto salto di qualità. Iniziai a insegnare fotografia, che è quello che faccio ancora adesso con crescente entusiasmo e piacere. Ma soprattutto tornai a fotografare, stavolta per me. Scoprii il colossale e ignoto piacere di raccontare se stesso a se stesso attraverso la fotografia. Anche di raccontarsi cose che non conosci o cose che non vuoi conoscere. Vedersi allo specchi?o.”?
By Valentina FagnanI
FONTE:https://www.ilmartino.it/2018/01/lanima-dei-luoghi-giovanni-lattanzi-visioni-rapaci-un-fotografo-abruzzese/