Con l'evoluzione tecnico-scientifica c’è il rischio di un attacco al “mistero della vita” attraverso processi di ingegneria genetica?
La domanda torna ad essere attuale per le notizie diffuse nel mondo in queste ore: in Cina sono state clonate due scimmie con la tecnica molto tempo fa utilizzata per la nota “pecora Dolly”.
Un team di scienziati del Sol Levante sarebbe riuscito nell'impresa che rappresenta, sotto il profilo tecnico, un forte balzo in avanti.
Le ragioni della soddisfazione del mondo scientifico stanno in questo: sebbene già in passato negli USA sia stato clonato un primate, ciò era avvenuto con una tecnica diversa rispetto a quella della “pecora Dolly”; tecnica, quest'ultima, che mai era riuscita su specie così vicina all'uomo. E la differenza di tecnica utilizzata consentirebbe ad una esatta riproduzione di un individuo già esistente attraverso il “copiare” il suo codice genetico in un ovulo non fecondato e privato del suo nucleo. La tecnica usata negli Stati Uniti, invece, tendeva a indurre una sorta di imitazione del fenomeno del parto gemellare.
I riflessi di questa notizia sono molti e su più campi.
Il primo e più immediato, come detto, è quello del balzo tecnologico che la scienza ha compiuto nel campo dell'ingegneria genetica. Balzo in avanti che – come sempre nei casi di innovazioni tecniche – potrebbe aprire a nuove piste ancora da esplorare.
A questo progresso scientifico segue la presa di posizioni del Vaticano, che immediatamente ha ribadito la propria necessaria opposizione ad ogni forma di intervento artificiale sulla vita.
Il profilo è quello della difesa di una teologia che risulta, in ultima analisi, incompatibile anche soltanto con l'idea che l'uomo possa rendersi artefice della vita e dei suoi meccanismi di funzionamento. Il tema centrale non è tuttavia quello – in qualche modo superficiale e immediato – della “sola” sacralità della vita e dunque del divieto morale di intervenire su di essa. Il tema profondo è quella della riduzione dell'uomo a fatto meccanico-materiale: il progresso del sapere tecnico-scientifico inevitabilmente tende a gettare luce su meccanismi fino ad oggi misteriosi e che dalla propria misteriosità traevano spunto per supportare un approccio fideistico che la riduzione materialistica inevitabilmente mette in crisi.
Questo modo di difendere l'uomo dall'artificiale e dall'animale sembra però poco fruttuoso: l'irriducibilità dell'esistenza a processi meccanici ha infatti maggiori chance di affermarsi su terreni diversi rispetto a quello del semplice dogma di fede.
Scienza e fede potrebbero ben coesistere, ma solo se viene fatta chiarezza sull'estensione dei due domini e sui reciproci rapporti, come l'esperienza degli ultimi anni di collaborazione fra neuro-scienziati e il Dalai Lama dimostra (il quale assai significativemente nel 2012 ebbe a dichiarare: Non può esserci una regola fissa, bisogna analizzare caso per caso anche se, in linea di massima, la clonazione, l'aborto e l'eutanasia sono pratiche che è meglio non fare”).
La politica dello scontro diretto non sembra pagare, anche perché di fronte all'innegabile progresso tecnico non può limitarsi a opporre un semplicistico divieto etico che ruota, in fin dei conti, attorno ad un meccanismo di opporre un “tabù” all'uomo. Il punto è che, nonostante l'enfasi che media e comunità scientifica mostrano verso il progresso tecnologico e il sapere delle scienze naturali, una riduzione dell'umano al materiale non è ancora acclarato: la mente umana, nonostante oltre un secolo di comportamentismo e di cognitivismo, non è stata ridotta a meccanismi meccanici o computazionali semplicemente perchè ancora una teoria soddisfacente ed esente da assunzioni indimostrate (e come tali, anch'esse solo oggetto di fede) non esiste.
Rimane una sfera di irriducibilità che non è un idolo esterno che l'uomo deve rispettare dogmaticamente, quanto invece l'esperienza soggettiva dell'esistenza e l'incapacità di rendere se stessi oggetto effettivo della propria indagine (seguendo una linea che, nella modernità occidentale, prosegue da Kant e Schopenaur fino all'irrazionalismo Novecentesco).
Vi è poi un secondo fronte di estremo interesse. Il plauso con cui la comunità scientifica guarda alla clonazione avvenuta sta nel fatto che, con il padroneggiare questa tecnica, sarà possibile ottimizzare i risultati della sperimentazione animale. In altri termini, riproducendo esattamente esemplari identici, saranno ridotte alcune variabili e dunque sarà possibile sacrificare negli esperimenti meno animale.
Il tema a cui questo ragionamento apre è quello, appunto, della sperimentazione animale, della sofferenza animale e della sua giustificazione. Tema assai vasto e che meriterebbe, da solo, un ampio approfondimento.
di Riccardo Bianchini
FONTE:http://www.altalex.com/documents/news/2018/01/25/cina-clonate-due-scimmie-un-attacco-al-mistero-della-vita