È una storia incredibile, di quelle su cui, negli anni, si sono ricamate leggende.
Era il maggio del 1947, quando la rivista Life dedicò una pagina intera a una foto scattata da uno studente di fotografia, un certo Robert Wiles: era l’immagine di una donna che si era suicidata, buttandosi dalla cima dell’Empire State Building, nel cuore di New York. Nulla di truculento però: si vede un’elegante ragazza adagiata sul tetto di una limousine, come se stesse dormendo, in una posa composta.
Quella donna era Evelyn McHale e il primo maggio, appena lasciato il suo fidanzato, lei, che allora aveva 23 anni, aveva scritto un appunto: «Sta molto meglio senza di me.
Non sarei una buona moglie per nessuno». Poi andò su, fino alla piattaforma di osservazione dell’Empire State Building e saltò.
Andy Warhol, proprio per la foto che la ritraeva distesa su quella macchina, aveva definito il suo «il suicidio più bello» e si volle appropriare della pellicola di Wiles per il suo quadro «Suicide: Fallen Body» (1962).
Dietro quella storia, se ne sono poi raccontate molte altre, tanto che ora, a distanza di decenni, esce un romanzo su Evelyn McHale: dopo anni di ricerche e interviste, Nadia Busato (nella foto), proprio partendo dalla quell’ormai celeberrima fotografia («Ne rimasi stregata»), ha ridato voce a quella ragazza, diventata famosa quando ormai era troppo tardi.
Qui sotto, un estratto del libro che, intitolato «Non sarò mai la brava moglie di nessuno» è stato pubblicato da Sem.
Siamo nella redazione di Life, nel momento esatto in cui, poco dopo essersi incontrati per la prima volta, Edward Kramer Thompson, all’epoca assistant picture editor, Sally Kirkland, fashion editor, Mary Leatherbee, movie editor, e Mary Hamman, modern living editor, decidono di pubblicare l’intrigante e scandalosa foto di Evelyn McHale, scattata da un giovane e sconosciuto fotografo.
«Cos’ha di così speciale?» chiese Ed serio.
La sorpresa era evidente. Per Sally quell’immagine era la cosa più emozionante con cui avesse avuto a che fare da molto tempo. Dalla prima volta che aveva passeggiato per le vie di Roma e aveva osservato le donne italiane con i loro perfetti cromatismi, i cappellini e i foulard che le facevano sembrare dei fiori, le loro grandi borse della spesa piene di cicorie, carciofi e lunghe verdure verdi; la cosa più stuzzicante dalla riscoperta della rucola; una di quelle cose che ti fa pensare che ci sono ancora emozioni profonde e non superficiali, come quelle che ti fanno sentire entusiasta per una minestra di erbe di fosso o un mazzolino di fiori d’aglio.
«No, Ed. Ripeti. Che intendi per: cos’ha di speciale?»
«Esattamente quello che ho detto: cos’ha di speciale.»
«È morta» disse Mary con un tono ingenuamente fiducioso.
«Non sembra morta. Sembra addormentata» disse Mess facendosi seria e concentrando lo sguardo sulla fotografia.
«È bellissima» disse Sally tessendo le parole come un filo.
«Mmm. Avete ragione tutte.»
«Dunque?»
Era stata Mary a iniziare questo gioco e ora era impaziente di capire dove li avrebbe condotti, che squadra sarebbero stati, se avrebbero recitato bene ognuno la propria parte, abbastanza da poter dare spettacolo. «Dunque, “Life” non pubblica fotografie di cadaveri.»
«Ma lei non è un cadavere! No, cioè, lo è, certamente. Ma non è un cadavere come gli altri.»
«Esattamente! Questo è il punto. È una giovane ragazza di… quanti? Vent’anni? …che si è suicidata.»
«Veramente la notizia sul “New York Times” è inesatta.»
«Scherzi, vero?»
Ancora concentrata a osservare i dettagli della fotografia, Mess si era come risvegliata, tornando a interessarsi al dibattito che animava quel loro piccolo comitato editoriale che – con una messinscena perfettamente credibile – decideva o meno se pubblicare la prima doppia pagina scandalistica nella parte della rivista destinata allo svago e alla frivolezza che il tempo di pace aveva finalmente imposto.
«La ragazza aveva ventitré anni. Non venti, com’è scritto lì. Vedi? “Un’attraente contabile di vent’anni si è tuffata incontro alla morte” eccetera eccetera. Non sono venti, ma ventitré.»
«Primo motivo per pubblicarla: correggere il grossolano errore del “Times”.»
«Abbiamo un secondo motivo?»
«Anche un terzo.»
Come ogni bravo capocomico, Ed si concesse una lunga pausa, gli occhi intenti a osservare i visi delle tre colleghe, i loro sguardi divertiti e interrogativi puntati come un occhio di bue sulla sua personale ribalta. Fu Sally, impaziente e incapace di gestire le attese, che ruppe quel momento.
«Hai intenzione di dircelo o dobbiamo tirare a indovinare?»
«Se fossi davvero il vostro direttore, mi aspetterei che lo aveste già capito. Poi ve lo ripeterei come se fosse stata un’idea mia.»
Stavolta la risata di Ed non trovò eco e si spense quasi immediatamente con un colpo di tosse. Si diede il contegno del vecchio – che fino a quel momento aveva più o meno evitato di interpretare pienamente – e poi iniziò.
«Non è un cadavere qualunque e merita di non essere una ragazza qualunque. Non sappiamo niente di lei? Vero. E così dev’essere. Dobbiamo continuare a non sapere nulla di lei. Non ci interessiamo alla sua storia, non correggiamo l’errore del “New York Times”, ci disinteressiamo completamente del chi, del come, del dove e soprattutto del perché. Qui e ora. Come nel teatro, vero Mary?»
«Verissimo.»
«E il qui e ora ci dicono che è un cadavere affascinante, composto in una foto così intensa da sembrare una donna addormentata. Non è una foto di cronaca, è qualcosa che ferma il resto – le macchine, le persone, il cuore. Ed è così che la offriremo ai lettori: perché aprano la pagina e tutto si fermi. Non è la morte che pubblichiamo, ma la bellezza di ciò che ci terrorizza e ci affascina. Il mistero. Questo è quello che dobbiamo rispettare. Mentre tutto il resto continua ad andare e noi lasciamo che accada. Quest’immagine è un finale, un sipario che si chiude, l’ultimo titolo di coda.»
«Quindi la pubblichiamo.»
«Darà scandalo.»
«Farà scalpore. È diverso. Lei si è suicidata. Noi possiamo riabilitarla. Possiamo renderla rispettabile. Solo ci resta da capire se la rispettabilità a cui miriamo sia l’ideale morale emergente di questa nostra epoca o piuttosto un ideale morale con legittime pretese di più ampia lealtà. O entrambe. A ogni modo, l’unica vera sconfitta per noi sarebbe l’assenza di reazioni. Se i lettori restassero indifferenti, allora avremmo sbagliato il nostro lavoro.»
Sally aveva afferrato l’immagine. L’aveva girata tra le mani.
«Robert C. Wiles. Sei stato baciato dagli dei per trovarti lì, esattamente in quell’istante. O forse è stata lei a chiamarti. Qualcuno vi ha fatto incontrare. E il vostro monologo è diventato un dialogo.»
«È questo che dobbiamo cercare, Sally. Un dialogo d’amore. Il verso di una poesia. L’emozione che ferma il respiro.»
«È il suicidio più bello.»
«E così lo chiameremo: Evelyn McHale, il suicidio più bello.»
«E le parole?»
«Poche, pochissime. Quest’immagine dice già tutto. Non sciupiamola con molte parole che vogliono dire poco.»
«Che ne dite di Sotto l’Empire State Building la giovane Evelyn McHale rimane vittima del suo tragico destino?»
«Troppo drammatico. Anche se l’apertura mi piace. Come l’occhio della camera. Teniamolo. Partiamo da qui.»
«Ci sono. Sentite: Ai piedi dell’Empire State Building il corpo della giovane Evelyn McHale riposa su un letto di lamiere.»
«Osiamo qualcosa in più. Stacchiamoci dalla didascalia. Che mi dite della macchina?»
«Che non doveva essere lì.»
«Ma l’ha salvata.»
«L’ha fermata, vorrai dire.»
«Le lamiere le si sono avvolte intorno come un lenzuolo.»
«Un letto inquietante.»
«Ecco. Questo è un dettaglio che non dobbiamo perdere: Ai piedi dell’Empire State Building il corpo della giovane Evelyn McHale riposa su un letto di lamiere, la sua eccentrica, eterna, inattesa sepoltura.»
«Siamo sulla strada giusta. Ma va tenuto il pathos. Dichiariamo il suicidio.»
«Non sembra un cadavere perché è calma. Ciò che più sorprende è la sua dolcezza.»
Un corpo femminile come quintessenza della dolcezza. Il cadavere di una sconosciuta. Era la morte a renderla dolce? O la dolcezza era stata per lei mortale? Se sei fatto di miele ti mangeranno le mosche. Sally stessa si sorprese di ciò che aveva appena detto. Eppure era così. Succede: a volte si dicono delle cose che non sono solo parole. Le parole che si dicono – in un dialogo, in una giornata, in una vita – sono molte; la maggior parte non ha valore per il significato che possiede, ma per come riempie lo spazio e scongiura il silenzio. Poi, poche volte in un’intera vita, e in certe vite anche mai, arriva quella frase. E significa tutto.
«Sally ha ragione,» disse Ed in tono più calmo e deciso, parlando finalmente come un vero direttore «non dobbiamo sottovalutare la dolcezza.»
«Proviamo così, allora. Ascoltate: Ai piedi dell’Empire State Building il corpo della giovane Evelyn McHale riposa adagiato in una grottesca sepoltura.»
«Ci siamo. L’abbiamo trovato.»
Soddisfatti, i sorrisi e i sospiri percorsero il tavolo senza soluzione di continuità. Il gioco era finito bene.
«…e adesso?»
«Non guardate me: io non sono certamente un direttore editoriale.»
«Ed, piantala. Devi dirlo all’editore. Devi andare da Luce. Adesso. E devi farlo tu.»
«Perché io?»
«Perché nessuna di noi tre potrebbe essere il direttore editoriale.»
«Non vedo perché no. Ognuno di noi, qui, ha le carte in regola per diventare il direttore.»
Mess gli piantò sul viso i suoi occhi scuri. Lo guardò come si guarda un cane per il quale si provano un affetto e una devozione infrangibili, ma dal quale si è certi non arriverà mai alcuna manifestazione di buonsenso.
«Perché le cose sono così e non cambieranno mai. Viviamo in quest’epoca. È inutile metterci a fare la guerra agli uomini e al mondo. Pensare troppo non serve: non è possibile trovare un senso né maggiore né minore in quello che è. E non c’entra niente se siamo brave e se sappiamo fare tutto quello che sappiamo fare. È così e non possiamo farci niente.»
Era la prima volta che qualcuno gli parlava così. Nell’occhio della mente i corridoi di “Life” gli apparvero un intricato labirinto dove donne belle, ambiziose, brave andavano e venivano nella frenesia di un’esistenza indipendente; e qualsiasi strada scegliessero finivano sempre per entrare nella porta di una direzione dove costantemente un uomo sedeva da solo. Era così e non sarebbe mai cambiato. Eppure, quando aveva accettato la proposta di Henry Luce si era meravigliato e subito riempito d’orgoglio per quell’ambiente così rivoluzionario dove le persone erano il loro va-lore e non il loro genere. Quando era iniziata la guerra, Luce non aveva esitato a schierare i suoi generali migliori. Così, sette dei quaranta corrispondenti dal fronte per “Life” e “Time” erano donne. Certo: eccezionali; ognuna a modo suo.
Come Mary Welsh, che mentre si trovava a Londra si era innamorata di Hemingway ed era tornata in America per divorziare da un marito giornalista per poi volare subito dopo a Cuba a sposare lo scrittore.
Poi Margaret Bourke-White, la ragazza delle copertine, che si era lasciata condurre dalla sua inseparabile macchina fotografica fin dentro il soggetto; che, incurante dei divieti, era entrata in Russia e aveva partecipato a un combattimento aereo.

 

Lael Tucker, che aveva sposato il collega di “Time” Charles Wertenbaker e gli era rimasta vicina,
fotografando l’uomo che amava fino all’ultimo giorno in cui aveva lottato contro il tumore e ne era stato sconfitto.
Peggy Durdin, la ragazza dei due mondi, che aveva raccontato fascini, contraddizioni ed evoluzione socio-politica del Medio Oriente e dell’Asia a un Occidente miope e arrogante.
Shelley Smith, che sognava di fare la ballerina e che aveva finito per essere prigioniera a Manila sul fronte col Giappone, da dove scriveva insieme a suo marito Carl Mydans. Shelley e Carl erano stati la prima coppia ingaggiata insieme da “Life”.
Annalee Jacoby, che aveva vissuto molte vite in una, passando dal cinema alla guerra, raccontando debolezze e forza della nascente Cina comunista, che era sopravvissuta alla guerra e alla pace, ma che non era riuscita a resistere alla malattia e si era uccisa quando aveva scoperto di avere il cancro.
E infine Jacqueline Saix, la ragazza inglese che aveva rotto l’omertà del fronte britannico dove le donne non erano considerate croniste e, dopo la guerra, era stata la prima produttrice donna di uno show televisivo d’informazione.
Le donne di “Life” raccontavano la guerra mentre combattevano una battaglia in più degli uomini: quella del rispetto. Quando arrivavano in redazione, i loro lavori non erano trattati meglio o peggio di quelli dei colleghi. Il fatto che fossero donne non era mai stato argomento per discutere di una copertina o di una doppia. Così Ed si illudeva che anche nelle viscere dell’impero editoriale di Luce il trattamento fosse lo stesso, che lì le persone fossero solo persone. E scopriva come esito inatteso e crudele di un improvvisato gioco di ruolo che anche “Life” e “Time” erano come il resto dell’America: esportavano donne guerriere al fronte, riservando loro al ritorno solo posti in piedi davanti ai tinelli, ai passeggini, alle scrivanie, alle casse dei negozi.
di Valeria Vantaggi
fonte: https://www.vanityfair.it/show/libri/2018/03/18/mistero-di-evelyn-mchale-libro-nadia-busato-robert-wiles-sem